Il Mirto: proprietà ed effetti sulle prestazioni sportive

Il Mirto (nome originario Myrtus communis), è una pianta della famiglia delle mirtacee, nota per le sue proprietà benefiche, tra cui quelle antinfiammatorie, astringenti, balsamiche, antisettiche. E’ una pianta sempreverde che cresce spontanea nell’area Mediterranea, soprattutto in Corsica e in Sardegna.

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Del Mirto viene utilizzata ogni parte (rami, foglie, fiori e bacche). Al suo interno, è contenuto un olio essenziale (il Mirtolo) che ha spiccate proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. Contiene inoltre acido citrico, acido malico e vitamina C.

Proprietà benefiche:

Per i motivi sopra riportati, tale pianta viene spesso utilizzata per curare affezioni a carico di diversi organi e apparati. Ad esempio, sotto forma di olio essenziale viene usato per la preparazione di detergenti anche intimi, e di creme per la cura della pelle con acne o imperfezioni. Oppure, grazie alle sue proprietà drenanti e di promozione della minzione, facilita il rilascio di tossine e prodotti di scarto attraverso la diuresi.

La Miricetina contenuta al suo interno aiuta a mantenere stabili i livelli di colesterolo nel sangue, offrendo in questo modo  protezione dalle malattie cardiovascolari. E’ anche possibile preparare un decotto con le foglie del mirto addolcite con il miele, valido rimedio contro le affezioni del sistema respiratorio.

Dalla macerazione delle bacche di Mirto in alcool, si ottiene il noto liquore Sardo, ritenuto un ottimo liquore dalle proprietà digestive.

Effetto dell’integrazione di Myrtus Communis sulla prestazione anaerobica e su parametri sierici biochimici selezionati:

Qui di seguito riporterò un lavoro svolto dal Research Laboratory “Sport performance and optimisation” e dal National Center of Medicine and Science in Sport di Tunis (Tunisia).

Lo scopo di questo lavoro è stato quello di studiare l’effetto dell’integrazione con il frutto del mirto sulla forza della parte superiore e inferiore del corpo e sulla composizione del sangue in uomini e donne di giovane età. Sono stati reclutati 32 atleti in salute, ed è stata somministrata al gruppo sperimentale un’integrazione giornaliera di Mirto per 4  settimane. I partecipanti hanno consumato l’integrazione durante la colazione mischiata con yogurt naturale. L’integrazione giornaliera conteneva 3,21mg/kg di peso corporeo di  mirto secondo i requisiti della strategia integrativa di base.

La potenza aerobica massima è stata stabilita usando il lancio sottomano della palla medica e il test di salto in lungo da fermo. Prima e dopo il periodo sperimentale sono stati prelevati dei campioni di sangue per la determinazione dei livelli di lipidi, proteine, e minerali. A seguito del periodo di integrazione con il mirto, sono stati osservati aumenti significativi di proteine e ferro, e diminuzione significativa di bilirubina totale sia nei maschi che nelle femmine. I trigliceridi sono diminuiti significativamente nel gruppo degli uomini. Nel gruppo delle donne si avevano livelli più bassi di Transaminasi dopo il tempo di somministrazione. La CONCLUSIONE dello studio è che le proprietà del mirto sembrano aiutare le prestazioni anaerobiche , e favorire la diminuzione dei livelli di trigliceridi con un aumento invece del contenuto di proteine sieriche e ferro.

 

Il frutto del Mirto, fra i diversi tipi di vegetali e frutta, è stato indicato come uno dei maggiori agenti a capacità antiossidante e con attività di smaltimento dei radicali liberi. Il mirto è composto da 14 acidi grassi. Il più presente è l’acido oleico, a seguire viene l’acido palmitico e stearico. E’stato dimostrato da più studi che l’acido oleico contribuisce alla diminuzione del colesterolo associato alle LDL (colesterolo cattivo), e all’aumento del colesterolo HDL (colesterolo buono).

Come è risaputo, l’esercizio fisico intenso e prolungato contribuisce alla produzione e all’accumulo di radicali liberi. Secondo diversi studi  l’integrazione con il mirto avrebbe un effetto positivo sulla protezione contro le malattie cardiovascolari e neurologiche, in assenza di rischi o effetti collaterali.

In conclusione, le proprietà antiossidanti e le proprietà fenoliche del mirto sembrano essere di aiuto nell’aumentare le prestazioni sportive. L’integrazione con mirto può portare a diminuzione dei livelli di trigliceridi e ad aumento dei livelli di proteine sieriche e di ferro.

Bibliografia:
Slimeni O., Sellami M, Ben Attia M, Dhahbi W, Rhibi F, Ben Abderrahman A. Effect of Myrtus Communis supplementation on aerobic eprformance and selected serum biochemical parameters. Med Sport 2017; 70:150-62. DOI: 10.23736/S0025-7826.17.03055-1
Alipour et Al. Review of pharmacological effects of Myrtuscommunis L. and its active constituents. Phytoter Res 2014
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La dieta mediterranea: un ottimo esempio, tutto italiano, da seguire per curare al meglio la propria alimentazione

Dichiarata dall’Unesco “Patrimonio orale e immateriale dell’umanità”, è costituita da ingredienti base quali pasta, pane, legumi, olio extravergine di oliva, pesce, frutta e verdura, e pochissima carne.

Il merito di aver intuito, negli anni ’50, le proprietà di questo regime dietetico va ad un biologo e fisiologo statunitense: Ancel Keys.

Durante il suo soggiorno in Italia, Ancel Keys partecipò al primo convegno sull’alimentazione che si tenne a Roma nei primi anni ’50, ed è in questa occasione che si accorse di come le regioni del cilento fossero meno interessate dalle malattie cardiovascolari rispetto al suo paese d’origine.

Seguirono quindi diversi studi epidemiologici anche dopo il suo ritorno negli USA, uno tra tanti, il celeberrimo “Seven Countries Study”, il primo grande studio epidemiologico in cui la mortalità per cause cardiovascolari veniva messa in relazione alle abitudini alimentari. Iniziato verso la fine degli anni ’50, tale studio ha valutato la suddetta relazione in 12.763 soggetti di sesso maschile e femminile di età tra i 40 e i 59 anni appartenenti a 7 diversi paesi (Italia, Grecia, Ex Iugoslavia, Olanda, USA, Giappone, Finlandia).

Analizzando i risultati si evidenziava una maggiore mortalità per cause cardiovascolari nelle popolazioni che consumavano una maggiore quantità di grassi di derivazione dal latte e dalla carne, bevande alcoliche quali birra e superalcolici, burro e prodotti di pasticceria, prodotti caseari ed altri prodotti di origine animale. Si evidenziò invece che nelle aree rurali mediterranee, dove prevaleva un’alimentazione ricca in frutta, verdura, legumi, olio extravergine di oliva, pesce e cereali, vi era un netta diminuzione della mortalità per cause cardiovascolari. Il gradiente dei tassi di mortalità tra le zone europee mediterranee e quelle non mediterranee era di 655 vs 284 per 10.000 dopo 15 anni di studio, e di 1947 vs 978 per 10.000 dopo 25 anni di studio.

L’Italia partecipò a questo studio con 3 aree rurali scelte come rappresentative delle differenti realtà nutrizionali del nostro paese: Nicotera in Calabria, Crevalcore in Emilia Romagna, e Montegiorgio nelle Marche. In queste zone l’alimentazione quotidiana era rappresentata da abbondanti alimenti di origine vegetale (cereali 50-60%, frutta 3% , verdura 3%, legumi 3-6%, ortaggi, patate, noci, semi) sempre freschi, di origine locale, e al naturale. La fonte principale di grassi era l’olio d’oliva. I latticini venivano consumati giornalmente ma in quantità minime, le uova da 1 a 4 volte a settimana, pesce e pollame consumato in quantità moderata, carni rosse in modesta quantità.

Questo tipo di dieta ha un contenuto basso in grassi saturi ed un contenuto di grassi totali che non supera il 35% in base alle zone. Le calorie non superavano le 2000 al giorno per le donne e le 2500 al giorno per gli uomini.

Sulla base di questo studio, e di altri che lo seguirono, venne formulata la cosiddetta “Piramide Universale della Dieta Mediterranea”. Vediamo come è strutturata questa piramide: alla base ci sono i cereali, che sono insieme alle patate una fonte di carboidrati (quindi energia senza grassi) e fibra, il cui utilizzo viene consigliato quotidianamente. Salendo verso l’apice della piramide troviamo i diversi tipi di frutta, ortaggi e verdura, il cui consumo è consigliato per 2 o 3 porzioni al giorno. Al centro della piramide ci sono quindi gli alimenti da consumare non ogni giorno, ma più volte alla settimana, cioè quelli di origine animale (carni, pesce, formaggi). Da assumere invece con maggiore parsimonia vi sono le uova e le carni rosse. Giunti al vertice della piramide, troviamo gli zuccheri, il vino, i grassi animali e le salse, tutti da consumare con estrema moderazione.

Per quanto riguarda le porzioni di ogni singolo alimento, la dieta mediterranea prevede che giornalmente vengano assunti Glucidi per il 55-60% (di cui l’80% di carboidrati complessi e il 20% di zuccheri semplici come ad esempio i dolci); Proteine per il 10-15%; Grassi (olio d’oliva) per il 25-30%. La frutta e la verdura sono intese in quantità libera a causa delle vitamine, minerali e sostanze antiossidanti che sono in grado di fornire al nostro organismo.

Accanto ad una dieta mediterranea ben eseguita, è sempre consigliabile svolgere costantemente attività fisica, ed evitare il fumo. É stato infatti dimostrato da uno studio condotto nella stessa popolazione del Seven Country Study, che i soggetti che seguivano una dieta non mediterranea, fumatori e sedentari, presentavano un’aspettativa di vita a 20 anni inferiore di 4,8 anni e a 40 anni inferiore di 10,7 anni rispetto a coloro che seguivano una dieta mediterranea, non erano fumatori, e svolgevano regolare attività fisica.

 

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Cosa c’è da sapere sui contaminanti dei prodotti ittici: la contaminazione virale, microbica e chimica dei prodotti della pesca

Già da tempi remotissimi il pesce ha avuto un’importanza primaria nell’alimentazione dell’uomo. Anche l’arte di allevare pesci è remota, e già fin dal 2000 a.C. si hanno testimonianze di popolazioni  che mantenevano vivai di pesci commestibili. In passato in Italia la dieta era carente e il consumo di pesce era necessario come integrazione di importanti principi nutritivi, al giorno d’oggi si registra invece si registra un aumento delle malattie cronico degenerative legate ad un eccesso di alimenti, calorie, e grassi in particolare acidi grassi saturi, acidi grassi trans, acidi grassi essenziali n-6 (omega6) e una diminuzione degli acidi grassi n-3 (omega3). Il rapporto n-6/n-3 dovrebbe essere compreso tra 2:1 e 5:1, mentre attualmente è di 10-20:1 con grave rischio di patologie cardiovascolari, ipercolesterolemie, dislipidemie.

Le direttive delle società scientifiche Internazionali e le Linee Guida per una sana alimentazione inseriscono tra i suggerimenti per un corretto comportamento alimentare che svolga un’azione preventiva contro le malattie cardiovascolari e alcuni tumori, la riduzione dell’introito calorico, l’aumento del consumo di vegetali e frutta, una vita attiva, e un adeguato consumo di pesce per assumere acidi grassi omega 3.

Attualmente, la pesca è in crisi per via del sovrasfruttamento delle risorse ambientali, mentre è il largo sviluppo l’acquacoltura, invocata come soluzione per fornire pesce alla popolazione mondiale. Quasi il 50% del pesce consumato nel mondo deriva da impianti di acquicoltura.

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COMPOSIZIONE NUTRIZIONALE DEI PRODOTTI DELLA PESCA:

Tutti i prodotti ittici forniscono proteine di elevato valore biologico, bilanciate nella loro composizione di aminoacidi essenziali e ricche di lisina e metionina. Essi sono inoltre caratterizzati da una particolare composizione dei grassi che li rende peculiari rispetto alle carni di animali terrestri. La differenza sta nella concentrazione degli acidi grassi polinsaturi in buona parte a catena lunga, tra questi di particolare rilevanza sono quelli della serie omega3 in particolare l’acido eicosapentaenoico (EPA), e l’acido docosaesaenoico (DHA) dei quali i prodotti ittici sono l’umica fonte alimentare significativa. Il DHA costituisce il 30% circa degli acidi grassi dei fosfolipidi cerebrali, e il 40-50% di quelli della retina. Dall’EPA vengono prodotte sostanze che agiscono sulla fluidità del sangue e prevengono la formazione di trombi. L’assunzione abituale di pesce è in grado di determinare un abbassamento dei livelli di colesterolo e trigliceridi, diminuendo con essi il rischio coronarico.

Altre sostanze che possiamo trovare nei prodotti ittici in quantità maggiori rispetto agli animali terrestri sono le sostanze minerali: selenio – iodio- fosforo- zinco.

Dopo aver brevemente accennato alle proprietà nutrizionali dei prodotti ittici, passiamo ad affrontare in discorso della loro contaminazione biologica e chimica.

CONTAMINAZIONE BIOLOGICA:

– VIRUS NEI PRODOTTI ITTICI

I cibi possono essere dei veicoli di trasmissione per l’essere umano di virus che a causa della loro elevata contagiosità posso determinare importanti focolai di origine alimentare.

Possiamo suddividere i virus che risultano essere causa di patologie a seguito della loro trasmissione attraverso gli alimenti e le acque in 3 gruppi:

  • Virus che provocano gastroenteriti: adenovirus, rotavirus,norovirus, sapovirus
  • Virus dell’epatite a trasmissione oro-fecale: Virus dell’Epatite A, virus dell’Epatite E.
  • Virus che vanno a replicarsi all’interno dell’intestino umano ma che provocano patologie a carico di altri organi (Sistema nervoso Centrale, fegato): Enterovirus

 

– CONTAMINAZIONE MICROBICA NEI PRODOTTI ITTICI

La flora microbica dei pesci è strettamente correlata alle caratteristiche microbiologiche dell’ambiente in cui vivono. Nei pesci possiamo trovare la presenza di microrganismi soprattutto a carico della cute, branchie, intestino. Le masse muscolari sono sterili ma possono essere contaminate durante l’eviscerazione. I molluschi sono in grado di filtrare diversi litri di acqua al giorno, e sono così in grado di concentrare al loro interno elevati livelli di microrganismi. Ad esempio le ostriche possono concentrare germi al loro interno in concentrazione fino a 100 volte superiore a quella presente nell’acqua in cui vive.

I batteri che sono sicuramente patogeni per l’uomo sono le Vibrionacee e Clostridium Botulinum, tutti gli altri patogeni provengono dalla contaminazione umana delle acque e hanno minor rilievo. Esaminiamo queste 2 specie pericolose per l’uomo

IL GENERE VIBRIO: Il genere Vibrio comprende moltissime specie differenti di Vibrioni, alcuni di questi hanno un’elevata rilevanza sanitaria in quanto richiedono la quarantena (Es, il Colera, portato da Vibrio Cholerae), o perché causano un elevato numero di tossinfezioni alimentari soprattutto in alcuni paesi asiatici. I prodotti ittici che posso veicolare tali specie di vibrioni sono i molluschi bivalvi (ostriche cozze vongole…), gamberetti, gamberi, granchi consumati crudi o poco cotti. Tali infezioni si manifestano solitamente dopo un periodo di incubazione variabile tra le 4 e le 100 ore con nausea vomito diarrea febbre e dolori addominali.

275px-cholera_bacteria_sem  Vibrio Cholerae al microscopio

CLOSTRIDIUM BOTULINUM: Il Clotridium Botulinum si rinviene principalmente nei sedimenti acquatici, la tossina da esso prodotta provoca una sindrome rara neuroparalitica chiamata Botulismo. La tossina è facilmente distrutta dal calore (80°C per 15 minuti), mentre le spore possono resistere fino a 120°C. La maggior parte delle intossicazioni derivano da conserve artigianali sott’olio o in salamoia (Es. tonno, sgombro, alici) e da insaccati fatti in casa.

LISTERIA MONOCYTOGENES: Questo patogeno infetta l’uomo attraverso l’ingestione di materiale contaminato. È possibile ritrovare la Listeria nel suolo, nel materiale fecale, in acque superficiali reflue e in vegetali. Listeria Monocytogenes è un batterio molto resistente, è in grado infatti di sopravvivere al congelamento e all’essiccamento , si può moltiplicare a temperature di refrigerazione (+4°C), a valori di PH sia acido che basico, ed in oresenza di sale da cucina. Il veicolo di questa infezione sono soprattutto le preparazioni enogastronomiche (insalate di mare e sushi) e i prodotti affumicati. Tale tossinfezione è particolarmente pericolosa per alcune fasce a rischio Es. neonati, donne in gravidanza, anziani.

STAPHYLOCOCCUS AUREUS: è in grado di sintetizzare un diverso numero di tossine, chiamate “enterotossine stafilococciche”. Quando tali tossine sono presenti nell’alimento in quantità sufficiente, danno luogo ad una comune forma di intossicazione alimentare. Essendo lo S.A. un batterio presente sulla cute e sulle mucose dell’uomo, è l’uomo stesso il principale responsabile della contaminazione di alimenti e prodotti, in particolar modo di quelli che subiscono manipolazioni durante le fasi di produzione e commercializzazione. La malattia non è grave, i sintomi più spesso accusati sono nausea, vomito, dolori addominali, rialzo termico, brividi, diarrea.

stafilococco-aureo-come-si-trasmette-come-si-cura Stafilococcus Aureus al microscopio

 

SALMONELLA SPP: Questo microrganismo è tipico della flora microbica intestinale di vertebrati a sangue caldo e rientra quindi nella microflora secondaria del pescato. Il serbatoio di infezione è costituito dai reflui di animali d’allevamento e dall’uomo, quindi il pescato può infettarsi per contatto con acque costiere in prossimità di foci di fiumi o scarichi fognari, o per inquinamento di superfici, attrezzi da lavoro, o da manipolazione secondaria nella fase di lavorazione.

ESCHERICHIA COLI: è una delle specie più importanti che vive nella parte inferiore dell’intestino di animali a sangue caldo. La sua presenza nelle acque è un indicatore di contaminazione fecale. Alcuni ceppi di E. Coli causano diarrea e malattie intestinali ed extra intestinali.

ISTAMINA: L’azione tossica dell’istamina si ritrova in prodotti ittici quali sgombro, tonno, sardine, salmone, acciuga, marlin; ovvero tutte quelle specie che contengono un elevato valore di istidina nelle loro carni. Nel caso di cattiva conservazione di queste carni, alcuni batteri possono convertire l’istidina in istamina. Il limite tollerabile di istamina è di 100 ppm, oltre tale limite e in relazione alla quantità di prodotto consumato, si possono avere sintomi quali nausea, vomito, diarrea, crampi addominali, rush cutaneo.

CONTAMINAZIONE CHIMICA:

Alcuni elementi inorganici normalmente presenti in natura (Es. Cadmio, Mercurio, Piombo,Arsenico) sono potenzialmente pericolosi per l’uomo se assorbiti oltre certi limiti.

Gli effetti dei metalli pesanti sulla salute dell’uomo sono oggetto di continui studi da parte di organismi internazionali. A seguito di tali valutazioni sono fissati dei limiti cautelativi d’assunzione su base settimanale espressi in mg(o microgr)/kg di peso corporeo.

MERCURIO: Generalmente l’accumulo di tale elemento si verifica nelle popolazioni ad elevatissimo consumo di pesce, soprattutto di grandi predatori in quanto sono questi i pesci nei quali si accumula di più. Per questo motivo si consiglia a determinate fasce di popolazione (bambini, donne in gravidanza)di orientare i loro consumi di pesce verso un ampio numero di specie, evitando di dare preferenza a specie predatrici a maggiore contenuto di mercurio (tonno, pesce spada, squalo).

Nota informativa della commissione UE sul mercurio nei prodotti della pesca: Per la UE le categorie a rischio sono donne in età fertile (15-44 anni), donne in gravidanza, donne che allattano, bambini piccoli. Tali categorie non dovrebbero mangiare tonno più di 2 volte a settimana (1 scatoletta da 160gr oppure 2 scatolette da 80gr), non dovrebbero assumere più di 100gr a settimana (pari a 1 fetta o a 1 piccolo trancio. ) di grandi pesci come pesce spada, pescecane, marlin e luccio.

ARSENICO: Questo elemento si ritrova negli animali acquatici in larga misura nelle sue componenti non tossiche come ad esempio l’arsenobetaina e gli arsenozuccheri. L’arsenico ha un basso rischio legato al consumo di prodotti ittici.

PIOMBO e CADMIO: anche e essi hanno una valutazione del rischio legata al consumo dei prodotti ittici bassa. Si ritrovano soprattutto nelle ostriche e negli organismi acquatici bivalvi.

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GLI ADDITIVI…UN MONDO NASCOSTO

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Gli additivi alimentari sono tutte quelle sostanze che si trovano negli alimenti  ma che non sono essi stessi degli alimenti. La loro funzione non è infatti quella nutritiva, bensì quella di soddisfare delle esigenze tecniche aiutando a rendere i cibi più colorati, o più gelatinosi, oppure a dare maggiore lucentezza o ad aumentare le proprietà agglomeranti di un certo alimento. Gli additivi sono “qualsiasi sostanza normalmente non consumata come alimento […] non utilizzata come ingrediente nell’ UE tipico degli alimenti , […] che aggiunta intenzionalmente ai prodotti alimentari […] effettua trasformazione, preparazione, trattamento, imballaggio, […] e diventi, essa stessa o i suoi derivati, un componente di tali alimenti, […]” (Direttiva del Consiglio 89/107/CEE).

 

Nell’ Unione Europea ci sono delle direttive che indicano come quando e perchè utilizzare un determinato additivo. Tutti gli additivi considerati sicuri per essere aggiunti ai cibi sono contrassegnati da una sigla che molto spesso vi sarà capitato di leggere tra gli ingredienti di un alimenti, cioè: E- NUMERO (Es. E412, E415, etc..). Gli additivi sono classificati secondo la loro funzione ed esaminati da diverse agenzie che indagano riguardo la loro tossicità e il loro utilizzo. Nella fattispecie in Europa ne sono incaricate l’ Agenzia per la Sicurezza Alimentare (EFSA), l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura.

Qui di seguito l’elenco della classificazione:

  • E100 – E199     COLORANTI
  • E200 – E299    CONSERVANTI
  • E300 – E399     ANTIOSSIDANTI E REGOLATORI DI ACIDITA’
  • E400 – E499    ADDENSANTI, EMULSIONANTI E STABILIZZANTI
  • E500 – E599     ANTIAGGLOMERANTI
  • E600 – E699    ESALTATORI DI SAPIDITA’
  • E900 – E999     VARI
  • E1000 – 1999    ALTRI PRODOTTI CHE NON RIENTRANO NELLE ALTRE CATEGORIE

COLORANTI : Colorano il prodotto o la sola superficie di questo. Lo scopo dell’applicazione di questo additivo è quello di rendere il prodotto più bello, più invitante.

CONSERVANTI : Rallentano o diminuiscono il deterioramento del cibo da parte di lieviti, muffe, batteri.Il loro impiego potrebbe essere diminuito o eliminato ricorrendo a sistemi di conservazione quali zucchero, sale da cucina, alcol etilico, olio, aceto e selezionando prodotti migliori ed aumentando l’igiene nei processi produttivi.

ANTIOSSIDANTI : Rallentano o diminuiscono il processo di ossidazione degli alimenti causato dalla presenza dell’ossigeno nell’aria.

CORRETTORI DI ACIDITA’ : Sono utilizzati per controllare l’acidità o l’alcalinità dei prodotti alimentari.

ADDENSANTI, EMULSIONANTI E STABILIZZANTI : Contribuiscono a legare i componenti del cibo che altrimenti tenderebbero a separarsi l’uno dagli altri.

ANTIAGGLOMERANTI : Utilizzarti per evitare la formazione di grumi negli alimenti in polvere.

ESALTATORI DI SAPIDITA’ : Utilizzati per accentuare i sapori degli alimenti.

ADDITIVI VARI :Es. cloro, potassio, cera di carnauba, gommalacca, paraffine, azoto, elio.

EDULCORANTI : Es. acesulfame, aspartame, saccarina, sucralosio, maltitolo, xilitolo.

AMIDI

ADDITIVI E CELIACHIA

Gli additivi e i coadiuvanti tecnologici sono purtroppo TUTTI a rischio di contenere glutine a causa della loro natura intrinseca, oppure a causa di contaminazione durante il processo produttivo. Per questo motivo non è possibile stilare una lista di additivi sicuri per il consumo da parte dei celiaci. A seguito della normativa sull’etichettatura (DL 114/2006), l’eventuale presenza di glutine negli alimenti deve essere chiaramente dichiarata in etichetta, questo però non da garanzia certa di effettiva idoneità dello STESSO additivo nel momento in cui dovessimo trovarlo in un altro prodotto. Con questo intendo dire che se in un prodotto etichettato come senza glutine è presente un determinato additivo, questo non significa che quell’additivo sarà sempre e comunque sicuro, anche se lo troviamo in altri alimenti. E’ necessario difatti valutare l’idoneità del processo produttivo, ed essere certi che quella sostanza non abbia subito contaminazione durante la sua produzione.

“L’idoneità di un prodotto finito alimentare, non è data, unicamente, dalla somma delle idoneità dei singoli ingredienti, ma anche dalla verifica del processo produttivo e dei rischi che questo comporta.
AIC non ritiene utile, nel caso degli additivi, esprimersi sull’idoneità dei singoli additivi, che potrebbe erroneamente portare il celiaco a ritenere sicuro un prodotto solo sulla base della lista degli ingredienti.
Gli additivi comportano, infatti, come tutti i prodotti alimentari di produzione complessa, un rischio di contaminazione accidentale.
L’indicazione, per alcune classi merceologiche, di additivi “consentiti” (per esempio succhi di frutta con acido ascorbico o citrico) non va intesa come un giudizio di idoneità generica per quell’additivo, ma sempre come giudizio di idoneità della classe merceologica stessa per cui si ammette la presenza di specifici additivi, di cui si è valutata la concentrazione massima utilizzata in quella specifica categoria di prodotti, escludendo la possibilità di presenza di altre fonti di glutine.
Questo significa che, anche in caso di contaminazione da glutine dell’additivo, il contenuto in glutine totale del prodotto finito, per quella classe, non può essere tossico per il celiaco (> 20 ppm).” (fonte http://www.celiachia.it).

Qui di seguito troverete una lista dei 12 additivi più sospetti o pericolosi in commercio:

Nitriti e nitrati: utilizzati soprattutto nelle carni conservate e nei salumi, possono dare le nitrosammine, sostanze giudicate dall’International Agency for the Reasearch on Cancer (IARC) di Lione probabilmente cancerogene e associate a tumori dello stomaco, dell’esofago e ad altri tumori.

Bromato di potassio: si ritrova in pane e cracker, è classificato dallo IARC come probabile cancerogeno. Teoricamente la cottura al forno lo trasforma nell’innocuo bromito di potassio, ma alcuni studi hanno dimostrato che restano sempre dei residui. Unione Europa, Gran Bretagna e Canada lo hanno vietato.

Propyl Parabene: etichettato come GRAS, anche se è considerato un distruttore endocrino ed è dimostrato che può diminuire la conta spermatica, accelerare la crescita di cellule di tumore mammario e interferire con la fertilità femminile. Utilizzato come conservante in muffin e prodotti da forno, è un contaminante ubiquitario: uno studio federale ha mostrato che il 91% degli americani lo ha nel suo organismo.

Idrossianisolo butilato o BHA: la FDA lo considera GRAS, ma secondo molti, tra i quali lo IARC, è un probabile cancerogeno. L’Unione Europea lo considera un distruttore endocrino pericoloso tanto per gli adulti di entrambi i sessi quanto per i bambini; secondo l’EFSA, tra gli effetti negativi, ce n’è anche uno sul comportamento. Viene utilizzato nelle patatine fritte e in altri cibi grassi come conservante ed esaltatore di gusto.

Idrossitoluene butilato o BHT: utilizzato spesso insieme al BHA, cui assomiglia chimicamente, come conservante, secondo l’EFSA è causa di tumori del fegato e del polmone negli animali, ed è un probabile distruttore endocrino, ma è classificato come GRAS dalla FDA.

Propil gallato: impiegato come conservante per i grassi delle salse preconfezionate, è sospettato di essere un distruttore endocrino e un cancerogeno, ma considerato GRAS dalla FDA. Il propil gallato, impiegato come conservante per i grassi delle salse preconfezionate, è sospettato di essere un distruttore endocrino e un cancerogeno

Teobromina: componente naturale del cioccolato, vene usata come additivo nel pane, nei cereali e nelle bibite per sportivi: la FDA lo definisce GRAS, ma a concentrazioni che sono circa cinque volte inferiori a quelle che normalmente si assumono con una dieta media. Dati preoccupanti riguardano possibili effetti sullo sviluppo e sulla riproduzione, ma l’azienda monopolista si è sempre rifiutata di approfondire e ha negato l’accesso ai suoi dati alla FDA. Secondo EWG questo è uno dei casi esemplari di azione delle lobbie a danno della salute dei consumatori.

Aromatizzanti naturali: sotto questa dicitura si può nascondere più o meno qualunque tipo di sostanza, compresi allergeni e altri prodotti potenzialmente pericolosi, altri ottenuti da OGM e così via: secondo EWG questa è una delle più clamorose falle della normativa dell’FDA. Solo acqua, sale e zucchero sono più presenti negli 80.000 cibi censiti dallo stesso EWG nel suo database. Inoltre, in aggiunta a quelli dichiarati, ci possono essere quelli provenienti da una contaminazione.

Coloranti artificiali: i coloranti ammessi sono quelli presenti in appositi elenchi, ma secondo EWG dati su molti di essi, citati anche nelle conclusioni EFSA, suggeriscono un possibile effetto sul comportamento dei bambini, e andrebbero approfonditi. Il caso dei caramelli artificiali contenenti 4-metil-imidazolo o 4-MEI, sospettato di essere un cancerogeno e vietato in Europa, ha occupato per mesi i media americani, e alla fine ha portato al divieto in alcuni stati. Anche l’EFSA se ne è occupata, giungendo alla conclusione che l’esposizione degli europei non è preoccupante.

Diacetile: utilizzato al posto del burro nei popcorn da cuocere nel forno a microonde e in impieghi simili, è stato associato a gravi malattie respiratorie come la bronchiolite ostruttiva, ed è oggetto di indagine come possibile agente tossico nelle aziende dove viene sintetizzato o utilizzato.

Fosfati: trovati in oltre 20.000 alimenti del database, sono considerati gli additivi più diffusi e vengono impiegati in quasi tutte le classi di alimenti lavorati. Un eccesso è stato associato a un aumento del rischio cardiovascolare, soprattutto in chi ha qualche disfunzione renale. L’EFSA sta compiendo un’indagine specifica le cui conclusioni, tuttavia, non sono previste prima del 2018.

Alluminio: impiegato come stabilizzante in numerosi alimenti è stato associato a disturbi nello sviluppo e a malattie neurodegenerative. Si accumula nel corpo, specialmente nelle ossa, ed è neurotossico.

In questo articolo abbiamo così spiegato a grandi linee cosa sono gli additivi, dove si ritrovano, e come possiamo provare noi stessi a classificarli e a riconoscerli in etichetta. Per ognuno di essi si potrebbe poi aprire un capitolo enorme di fatti e conoscenze, che potremmo affrontare nello specifico scegliendo di volta in volta un additivo diverso di cui occuparci.

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Lo xantano: utilizzi e caratteristiche

Lo Xantano o Gomma Xantana, indicata in etichetta con la sigla E415, è un polisaccaride che viene ottenuto dalla fermentazione batterica di un carboidrato, che solitamente è il glucosio o il saccarosio. Per dare il via a tale fermentazione viene solitamente usato il batterio Xanthomonas Campestris, dal quale prende il nome. Il prodotto derivante dalla fermentazione viene poi purificato, essiccato, e macinato per ottenere la gomma Xantana, una polvere color crema solubile in acqua.

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MODALITA’ DI UTILIZZO: Uno dei campi in cui trova maggior utilizzo la gomma xantana è quello dell’industria alimentare. Infatti viene spesso utilizzato come addensante e stabilizzante, ed è un preziosissimo alleato di chi cucina senza glutine dal momento che è di fatto uno degli ingredienti in grado di rendere la farina senza glutine collosa proprio come fa il glutine in natura. Il suo elevato potere igroscopico e la sua spiccata solubilità in acqua lo rende idoneo a stabilizzare ed addensare salse, sughi, prodotti dolciari e gelatine.La Xanthan Gum viene solitamente inserita nelle preparazioni cosmetiche con dosaggi compresi tra 0,5 e 1%. E’ possibile ritrovarlo come ingrediente in molti preparati cosmetici di varie aziende tra le più note (Vichy, Lierac, Nivea, Avene, Bottega Verde, L’Erbolario).

ATTIVITA’ FARMACOLOGICHE: Evidenze scientifiche dimostrano che lo xantano, assunto a dosi terapeutiche, ha la capacità di:

  • Rallentare l’assorbimento degli zuccheri semplici a livello gastrointestinale con una conseguente stabilizzazione dei livelli glicemici.
  • Formare una poltiglia vischiosa e gelatinosa a livello gastrico, aumentando il senso di sazietà e favorendo il controllo del peso corporeo.
  • Ridurre l’assorbimento di grassi e colesterolo, diminuendo il colesterolo LDL (diminuzione di circa il 10% in 23 giorni di trattamento) e totale.
  • Trattare e prevenire stitichezza, ragadi, emorroidi e diverticolite grazie alla sua azione stimolante la peristalsi e alla sua capacità di ammorbidire le feci.

 

EFFETTI COLLATERALI: Gli effetti collaterali riconducibili a questo integratore sono principalmente dovuti all’ elevato potere igroscopico dello xantano. Alle dosi normalmente utilizzate, non si registrano effetti collaterali negativi, si è però riscontrato che a seguito di un protratto periodo di utilizzo potrebbe determinare una diminuzione di micronutrienti e/o principi attivi assunti contemporaneamente. L’assunzione in grandi quantità potrebbe invece apportare un incremento del contenuto intestinale di acqua, provocando l’insorgenza di dolori addominali, gonfiore, flatulenza, nausea e diarrea.

 

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GUAR (Farina o Gomma di Guar)

GOMMA DI GUAR, DI COSA STIAMO PARLANDO?

Lo sapevate che la gomma di Guar può finire come addensante nel gelato, stabilizzante in shampoo e dentifrici, ma anche in compresse sazianti, negli alimenti per animali, nei latticini e nelle creme idratanti? Ecco di cosa parliamo..

La farina o gomma di Guar viene ricavata dai semi della pianta erbacea annuale Cyamopsis Tertragonolobus, della famiglia delle leguminacee, di origine indiana. I suoi frutti contengono all’interno dei piccoli semi, che vengono fatti essiccare per poi essere sbucciati e macinati. Dalla macinatura si ottiene una polvere molto fine, di colore bianco, conosciuta come gomma o farina di Guar. Si tratta di una fibra solubile ricca di galattomannano, un polimero costituito da galattosio e mannosio. La gomma di guar è utilizzata, per le sue proprietà addensanti, sia a scopo alimentare che cosmetico.

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IN CUCINA: La gomma di Guar è un ottimo idrocolloide perchè è in grado di assorbire acqua in quantità sciogliendosi e svolgendo così la propria funzione addensante a freddo. Perfetta per addensare creme, salse, gelati, bevande, confetture, la gomma di Guar è molto usata nell’industria alimentare. Risulta inoltre molto utile e di grande aiuto nella preparazione di impasti di farine senza glutine, andando a sopperire la mancanza dell’attività “collante” del glutine. Il suo impiego è segnalato in etichetta con la sigla E412.

ATTIVITA’ FARMACOLOGICHE: Il Guar è fementabile e vischioso. La fermentazione da parte dei batteri del colon determina l’aumento della massa microbica dell’intestino favorendo il transito intestinale. La sua viscosità determina la formazione di una massa gelatinosa che aderisce alla parete del tubo digerente con l’effetto di rallentare la digestione e ridurre l’assorbimento intestinale dei sali biliari, del glucosio, degli acidi grassi saturi, e del colesterolo. Infatti, alcuni studi condotti su pazienti con ipercolesterolemia lieve o moderata, hanno dimostrato che il Guar determina una diminuzione moderata ma clinicamente significativa del Colesterolo Totale e del Colesterolo LDL; effetto che si mantiene nel tempo anche con un uso prolungato del Guar. La somministrazione del Guar come integratore determina inoltre una diminuzione della glicemia e dell’insulinemia in soggetti sani e in soggetti affetti da Diabete di tipo 2.

Il Guar è quindi usato sotto forma di integratore, a dosaggi terapeutici, nei casi di ipercolesterolemia totale e LDL e di ipertrigliceridemia, ma anche come coadiuvante della dieta nei casi di diabete mellito di tipo 2, intestino irritabile, diverticolosi, sovrappeso e obesità. Le sue notevoli proprietà igroscopiche favoriscono infatti la distensione dello stomaco, inibendo di riflesso l’appetito.

CONTROINDICAZIONI: Ipersensibilità allergica specifica. Si consiglia inoltre di non superare le dosi di assunzione consigliate, dal momento che quantitativi superiori potrebbero causare disturbi intestinali (meteorismo) e ridurre in maniera importante anche l’assorbimento di sostanze nutrienti o farmaci (ad esempio antibiotici) utili all’organismo.

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Ottobre: il mese migliore per mettersi a dieta

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Un gruppo di ricercatori del Food and Brand Lab della Cornell University (Usa), ha seguito 2.924 persone : 1.781 americani (42,2 anni di età media, il 24% soffriva di obesità), 760 tedeschi (42,9 anni di età media, il 19% obeso), e 383 giapponesi (41,6 anni di età media, l’11% obeso), per verificare la loro tesi: l’autunno è il periodo ‘d’oro’ per perdere i chili di troppo.

LO STUDIO 
I ricercatori hanno registrato, giorno per giorno dal 1 agosto 2012 al 31 luglio 2013, le variazioni di peso dei 2954 partecipanti.
RISULTATI MIGLIORI IN AUTUNNO
Durante lo studio è stato verificato che le tre popolazioni tendono a ingrassare nei periodi dell’anno che corrispondono alle festività tradizionali: i tedeschi prendono più chili tra Natale e Capodanno (dopo l’Epifania pesano in media 0,8 kg in più), i giapponesi durante la Settimana d’Oro ad Aprile e gli statunitensi dopo il Thanksgiving di fine novembre.
Intraprendere una dieta dopo giorni e giorni di abbuffate per via delle feste non è la strategia più efficace, si rischia infatti di impiegare fino a 5 mesi di tempo per riuscire a perdere i chili di troppo accumulati  Al contrario, i risultati migliori si vedono quando il nostro corpo viene da mesi in cui i pasti sono stati regolari e in cui il peso non ha subito troppe oscillazioni. La stagione da preferire per raggiungere più velocemente la forma, evidenzia lo studio, è proprio l’autunno e in particolare il mese di Ottobre, quando la nostra massa grassa è ai minimi annuali. 
Appurato il fatto che sia opportuno anticipare le grandi abbuffate, è anche vera la necessità di aspettare un periodo in cui ci si trovi psicologicamente più disposti ad affrontare un regime dietetico.
E’ noto infatti a tutti che ansia e stress sono nemici delle diete, e sono grandi ostacoli per chi, di ritorno dalle ferie estive, cerca di smaltire i chili di troppo accumulati con gelati, cene o pranzi abbondanti, consumati senza guardare troppo la bilancia. Per poter iniziare una dieta occorre essere in una situazione psicologica di forza e stabilità, altrimenti si rischia di non riuscire nel proprio intento. Il consiglio è  di attendere che l’impatto del rientro dalle ferie estive venga smaltito e che i ritmi giornalieri non vengano più subiti con quel grave senso di pesantezza. Se ci si trova in uno stato psicologico positivo, si otterranno sicuramente migliori risultati!.
Nel giro di qualche settimana, sicuramente si riuscirà a trovare il giusto equilibrio.
Anche per questo motivo il periodo propizio per eliminare i chili presi durante le vacanze sembrerebbe essere proprio Ottobre.
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